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Passi nella pioggia

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Ludovica osservava dalla finestra l’ombrello rosso di zia Palmira che si allontanava tra i passanti. I fari delle automobili e le luci natalizie si riflettevano sui lastricati bagnati, tingendo di toni caldi e vibranti il grigiore che permeava ogni angolo della via.

Si stava facendo sera, finalmente. Zia Palmira sparì dietro l’angolo.

Meglio così.

Ludovica spinse la sedia a rotelle verso la scrivania, avvicinandosi alla gabbia di canarini che saltellavano da un’asticella all’altra. I suoi compagni di prigionia parvero riconoscerla e le si avvicinarono. Prese una foglia di lattuga e la infilò tra le sbarre, osservando quegli esseri inutilmente alati mangiare con una voracità che ormai non invidiava più.

Certo che se fosse ancora viva…

L’albero di Natale, reso a fatica carino dalla zia, ronzava ad intermittenza ricordando in qualche modo il tepore familiare, gli abbracci, i dolci natalizi, l’odore di mandarino sulle dita di quando si gioca a Tombola.

La notte appena trascorsa aveva sognato, così come la prima volta che aveva dormito con la camicia della madre.

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Si era svegliata nell’illusione di non essere sola nel letto, fino a quando la realtà non aveva aperto una breccia negli istanti in cui i sogni ancora continuano da svegli.

C’erano diverse persone. C’era calore. C’era confusione. C’era anche… no, forse no… e poi andavo fuori e poi… e poi…

 

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E POI CAMMINAVI

Si guardò attorno.

Le luci dell’albero si mescolavano ai neon e bagnavano di colori improbabili le fotografie sulle pareti. Ricordi ormai lontani confusi in mezzo ad una raccolta di paesaggi e ritratti dozzinali di un fotografo sconosciuto.

Conosceva a memoria quelle fotografie… ormai viaggiava così. Una spiaggia tropicale, una donna sorridente, due mani che si toccano.

Una bambina bionda sotto un ombrello che si allontana su passi sempre meno incerti verso la vita.

Sorrise amaramente, poi contrasse il viso.

Scagliò contro la parete il vassoio del pranzo e tornò verso il letto.

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