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TRA ARTIFICIO E REALTÀ

Ma realmente pensate che sia la didascalia a rendere “comunicativa” la fotografia? Non credete che un’idea possa passare attraverso un’immagine visiva senza bisogno di commento scritto?

A causa dell’infinità di forme, di cui la realtà del mondo circostante è fatta e che si presenta in continuazione ai nostri occhi, si potrebbe affermare, frettolosamente ed erroneamente, che la comunicazione attraverso le immagini visive non è codificabile in un vero e proprio linguaggio.

La fotografia dovrebbe considerarsi una forma di scrittura iconica, come suggerisce la sua definizione etimologica che significa appunto “scrivere con la luce”. Questo mezzo figurativo ed espressivo allo stesso tempo possiede una sua potenzialità comunicativa. Spesso la fotografia viene considerata un mezzo di “riproduzione” di parti più o meno casuali di realtà visiva e pertanto non assimilabile ad un linguaggio. Un linguaggio implica necessariamente una “volontà comunicativa” da parte di un mittente e non soltanto la capacità riproduttiva di un mezzo meccanico. Infatti la fotografia non è “riproduzione”, ma “produzione” dell’immagine visiva di un’idea; è il fotografo a “produrre” un’immagine (bella?) e non la sua straordinaria attrezzatura che è il “mezzo riproduttore”.

Alla funzione primordiale di memoria (la fotografia permette di fissare e preservare l’informazione, di catturare il momento, testimonianza dell’unico, dell’irripetibile), alla capacità di isolare e fissare una porzione della realtà, alla fotografia, va riconosciuta una componente espressiva poiché il fotografo, più o meno consapevolmente, introduce sempre un certo coefficiente di creatività intervenendo, ad esempio, sulla luce, sull’angolatura, ecc. Per cui si può dire che la fotografia è espressione soggettiva di un reale che comunque è esistito davanti all’obiettivo. L’immagine fotografica è una costruzione soggettiva e contemporaneamente una traccia oggettiva (come un’impronta sul terreno).

Barraco Biagio (con  la collaborazione Laura Fenici)

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