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DALLA PITTURA ALLA FOTOGRAFIA.

Sono entrate le macchine, l’arte è uscita… Sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile. (Paul Gauguin)

Quando il deputato François Arago presentò “l’apparecchio dagherrotipico”, il 19 agosto 1839 a Parigi davanti ai membri riuniti dell’Accademia delle Scienze e di quella delle Belle Arti, l’entusiasmo contagiò i più spingendo lo scienziato Gay-Lussac ad affermare: “È nata una nuova arte che potrebbe benissimo inaugurare un’era ed essere preservata come titolo di gloria”; ma altri reagirono in modo diverso: il pittore Paul Delaroche, dopo l’annuncio dell’invenzione di Luois Jacques Mandé Daguerre, affermava: “A partire da oggi la pittura è morta”; il pittore, litografo e caricaturista Daumier sosteneva: “La fotografia imita tutto e non esprime nulla; essa è cieca nel mondo dello spirito”.

Il poeta francese Charles Baudelaire, nel 1859, definisce una “scempiaggine” l’industria fotografica che “ha contribuito non poco a rafforzare nella sua fede la piatta stupidità secondo cui l’arte non è e né può essere che una precisa restituzione della natura … Poiché la fotografia ci dà tutte queste garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo gli insensati!), l’arte è la fotografia… Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in alcune delle sue funzioni, essa l’avrà in breve soppiantata o corrotta del tutto grazie alla naturale alleanza che troverà nell’idiozia della moltitudine. Bisogna quindi che torni al suo vero compito, quella di essere la serva delle scienze e delle arti, ma serva umilissima, come la stampa e la stenografia, le quali non hanno né creato né sostituito la letteratura”.

Quello che Baudelaire condannava con le sue parole non è la fotografia in se stessa, ma la sua commercializzazione che, secondo lui, avrebbe avuto come conseguenza un sicuro involgarimento del gusto.

La questione del rapporto fra Fotografia e Arte emerse in contemporanea con la nascita del nuovo mezzo espressivo ed ancora oggi è ampiamente discussa e dibattuta.

Si scontrano due concezioni: quella degli assolutisti che negano alla fotografia qualsiasi connotato artistico, in quanto solo la pittura poteva elevarsi ad arte per gli impliciti margini di creatività, e quella dei più moderati che magari abusano della parola “arte” per qualsiasi forma espressiva.

La reale differenza tra arte e fotografia non è tanto la riproducibilità ma piuttosto la tecnica di riproducibilità. In verità l’arte è stata sempre riprodotta dall’uomo: dai copisti romani all’esercizio d’accademia, dalla xilografia alla litografia e alle incisioni, ma mentre queste tecniche non possono prescindere da una certa manualità, assai diversa è la natura tecnica della fotografia. Nei mezzi tradizionali, per produrre immagini, l’azione creativa si esplica partendo dal nulla: l’artista si trova di fronte ad uno spazio bianco da riempire di elementi. La fotografia, nata come tecnica di riproduzione della realtà, ha come suo “medium” non pennelli e colori, ma la realtà visiva. Non si dà forma ad un materiale in fotografia ma piuttosto si dà materia a una forma; non si usano più le mani ma l’occhio.

Man Ray sosteneva che il vero destino della fotografia non era quello di diventare l’arte dell’avvenire ma di essere semplicemente un altro tipo di arte.

Secondo il critico e saggista Walter Benjamin la più grande rivoluzione della fotografia è stata quella di porre termine ad una concezione aristocratica dell’arte. Affermava, infatti, che l’opera d’arte in senso stretto, dava privilegio ad un numero ridotto di contemplatori, invece la fotografia, con la sua riproducibilità, diventava disponibile per un vasto numero di fruitori. Ma proprio per questa sua riproducibilità tecnica, la fotografia mancava di quel carattere di unicità, singolarità che invece aveva contraddistinto la pittura sin dall’origine. Tale considerazione porta Benjamin a considerare superata l’arte stessa. Le ragioni di tale affermazione si riscontrano nelle leggi di mercato e del consumo di massa che influiscono sulla produzione artistica.

La fotografia oggi ha un grande successo nel panorama artistico poiché si è ormai costituito attorno ad essa un solido contesto economico. Le opere degli autori classici sono valutate alle aste specializzate a cifre paragonabili a quelle delle grandi opere di pittura. Inoltre, il mercato delle sempre più numerose gallerie dedicate alla fotografia ha fatto sì che gli autori stessi ponessero maggiore attenzione al numero di copie dell’opera in circolazione. Allo stesso modo sono aumentate le pubblicazioni monografiche dedicate ai fotografi, favorendo in molti casi una migliore conoscenza e diffusione di queste ricerche. Contemporaneamente è cresciuta l’attenzione delle istituzioni nei confronti del linguaggio fotografico.

Il progresso della tecnica, ancora una volta, incide profondamente sul linguaggio fotografico.

L’utilizzo della fotografia digitale porta alla sostanziale perdita di significato del concetto di “negativo originale”; infatti i prezzi ormai molto abbordabili, la qualità è nettamente migliorata ed il grande sviluppo delle nuove tecnologie, che permettono di manipolare all’ infinito l’ immagine, portano ad un ampliamento del concetto stesso di fotografia.

Così come alcuni anni fa il campo delle arti tradizionali si trovò a confrontarsi con la fotografia, così oggi la fotografia, ormai entrata a far parte della tradizione, è costretta a confrontarsi con i nuovi media, che la costringono ad interrogarsi ancora una volta sul proprio destino e sulla propria natura.

Biagio Barraco (grazie a Sara Bonezzi e Laura Fenici che hanno collaborato alla stesura dell’articolo)

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