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“A Fior di Loto” di Emanuele Pistola

unico

Grafica liquida, dove il nodo nevralgico della moltitudine di segni, cifre e campi cromatici provocano uno sprofondamento nel tempo. Uno scrivere grafico a fior di loto, cosi come si direbbe a fior di pelle. La libertà delle associazioni grafiche traspare nella semplicità degli elementi giocati per trasformarsi l’un l’altro. Per scomparire l’uno nell’altro. La grafica agisce in funzione della trasformazione. Cosa trasforma? In primo luogo lo sguardo. L’atto del vedere che non è più sottoposto ad un fine (ad un’economia dello sguardo), ma a un divenire. Fluendo, le cose perdono l’ossessione del possesso. Atopici e atemporali questi Banner di Emanuele Pistola, sono indifferenti al mondo come scopo o finalità, piuttosto ci fanno segno attraverso le trasformazioni silenziose a cui ci invitano. In questi Banner il mondo non è un oggetto, ma somiglia a un vaso non codificabile, ed è per questo che bisogna continuamente conformarvisi per servirsene. In altre parole: è una grafica la cui efficacia non è diretta, ma indiretta.
La seduzione del fior di loto (l’azione silenziosa della natura), la seduzione dei circuiti metropolitani dove si perde la propria identità, la parola karma che richiama il dialogo fra macrocosmo e microcosmo, cioè il destino di ognuno, ed altri segni – per approdare a un mutamento delle cose stesse: portarle allo sfondo latente delle cose, come si parla dello sfondo di un quadro, o dello sfondo del silenzio. Questo sfondo – graficamente liquido – è il fondo da cui il suono delle immagini è prodotto e lo fa risuonare, da cui il tracciato emerge e grazie al quale può vibrare.
Tutto ciò restituisce allo sguardo la potenza della discrezione. Segni leggeri, concepiti non più in termini di “essere”, ma di processo (la visione buddista a cui si ispirano non è d’ordine ontologico, ma diveniente).
Quasi un’apparizione disparente, prima del loro inabissarsi nel vuoto.
Marcello Faletra

Stare nel mezzo, è lì che avvengono le cose. Non per amore della mediazione ad ogni costo, ma perché i termini di riferimento non hanno forza a sufficienza per sostenere l’impatto con il caos e la complessità che sono i segni dominanti del nostro tempo. Il “mezzo” non è neutrale, costituisce linguaggio autonomo, forma e occupa immaginario. Si agisce per flussi: da un lato il buddismo carico di memoria e tradizione, un viatico per il presente, dall’altro la dimensione metropolitana, una mappa piena di movimento, comunicazione, vie di fuga. Non si tratta di rimodernare nulla o peggio aggiornare, piuttosto il concatenamento attuato assume la dimensione della formula che cura l’aspetto estetico, senza compiacimenti estetizzanti e offre nello stesso tempo un’opportunità per comprendere meglio il territorio in cui viviamo. E il territorio è un costrutto, è anche mappa e tessitura dell’anima. Fiori simbolo di equilibrio e cartografia del caos, tratti rotondi e armonici con linee spezzate che portano ovunque. Non è una ricetta che emerge ma una sensibilità, un sentire che avverte su nuovi paesaggi, un luogo che coltiva nello stesso tempo la visione e l’idea. Il centro non sta nell’opera in sé ma nello sguardo che innesca e che prefigura un immaginario de-colonizzato. In definitiva un non-luogo, non di quelli comunemente intesi, ma spazio che non solletica la memoria e sospende il tempo. Operazione assolutamente indispensabile per districarci nelle miserie del tempo presente. In fondo si potrebbe definire queste immagini come un dono, dei piccoli frammenti di un percorso di amore.
Enzo Macaluso

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